Oil
for Food: l'intrigo
Livorno-Houston
Un'indagine
del Sole-24 Ore e del Financial Times svela come il petroliere
texano David Chalmers, proprietario della Bayoli, ha violato
le risoluzioni Onu e la legge Usa ricorrendo a società
facciata come la livornese Italtech.
Il
19 aprile 2001, Augusto Giangrandi, trafficante italo-cileno
oggi nel mirino dell'Fbi e della Procura federale di New York,
inviò una e-mail al suo partner a Livorno. Voleva continuare
a "oliare" il meccanismo creato per garantire alla
loro società il flusso di contratti di greggio iracheno.
«Dobbiamo mandargli altri 30mila dollari», scrisse
riferendosi a una società creata ad Amman da un iracheno
ben ammanicato. L'e-mail si concludeva con una comunicazione
di servizio: «Per tua informazione, il magro sta inviando...
altri 520mila dollari per coprire le spese». Il magro
era il soprannome del petroliere texano David Chalmers, fondatore
e proprietario della Bayoil, società con base a Houston
e sussidiarie in vari Paesi del mondo. L'8 aprile scorso, in
un'inchiesta condotta in collaborazione con il «Financial
Times», «Il Sole-24 Ore» ha rivelato che Chalmers
aveva un rapporto di collaborazione commerciale con la Italtech,
società registrata a Livorno di cui Giangrandi è
azionista di maggioranza, e che Italtech aveva agito in aperta
violazione del programma dell'Onu che regolava il commercio
di petrolio iracheno.
Da
allora il Congresso americano, l'Onu e la Procura di New York
hanno aperto inchieste separate su quella che è da molti
chiamata "la grande abbuffata" del Oil for Food Program,
programma che col tempo si è rivelato una straordinaria
fonte di denaro illecito per il regime di Saddam ma anche per
petrolieri, uomini d'affari e politici di decine di Paesi del
mondo. Nel denunciare lo scandalo, stampa e Congresso Usa hanno
finora puntato il dito contro la burocrazia Onu, Governi e politici
stranieri. Ma uno dei protagonisti della vicenda risiede proprio
a casa loro. In Texas. Traffico d'armi. «Il Sole-24 Ore»
e il «Financial Times» sono in grado di dimostrare
che, usando la Italtech come società di facciata, David
Chalmers ha ignorato sia le risoluzioni dell'Onu che la legge
americana. E che dalla metà degli anni 80 in poi, Chalmers
ha usato i proventi delle sue attività petrolifere per
finanziare traffico di armi. A partire dal 1986, il texano ha
aiutato il suo socio Giangrandi a finanziare la vendita di bombe
a grappolo per 180 milioni di dollari al regime di Saddam Hussein.
Negli anni 90 ha personalmente rilevato dal commerciante d'armi
italo-cileno la società di minisottomarini di Livorno
Cosmos. E nell'estate del 2000 ha fornito la garanzia bancaria
che ha permesso a Giangrandi di firmare un ricco contratto per
la costruzione di un enorme complesso produttivo per bombe ed
esplosivi ad Abu Dhabi. Fino al 1999, la Italtech non aveva
mai avuto a che fare con il petrolio. Era stata creata da Giangrandi
e due soci di minoranza per produrre motori per sottomarini.
Fu
Chalmers che in quell'anno decise di trasformarla in uno dei
20 più attivi trader nel business del greggio iracheno.
E fu lui a fornire le decine di milioni di dollari necessari
all'Italtech per finanziare l'acquisto di petrolio per un totale
di ben 846 milioni di dollari. Fu sempre Chalmers a fornire
i soldi utilizzati da Italtech per pagare commissioni a chi
aveva avuto assegnazioni di petrolio da Saddam in cambio di
sostegno politico. E fu il petroliere texano infine a fornire
i milioni di dollari pagati a una società di Dubai usata
dal regime iracheno per ricevere tangenti. La Bayoil aveva un
rapporto così stretto con le autorità petrolifere
irachene da arrivare addirittura a inviare (attraverso Giangrandi)
lettere al ministro del Petrolio di Bagdad in cui gli forniva
consigli su come cercare di convincere l'Onu a ridurre il prezzo
di vendita ufficiale del petrolio iracheno creando così
margini maggiori per profitti, commissioni o mazzette segrete.
Nelle fasi iniziali del programma Oil for Food, la Bayoil aveva
avuto modo di acquistare petrolio direttamente dall'Irak per
oltre 100 milioni di dollari. Ma sul finire degli anni 90 Saddam
decise di non firmare più contratti con società
americane o loro sussidiarie estere. Fu allora che Chalmers
decise di aggirare il problema associandosi nuovamente al suo
amico italo-cileno e di servirsi della Italtech per firmare
i contratti della Somo destinati a Bayoil.
Che
Italtech servisse semplicemente da facciata con gli iracheni
è dimostrato da una serie di messaggi di posta elettronica
e di lettere autenticate dagli investigatori, da cui risulta
inequivocabilmente che a dirigere il tutto fu sin dall'inizio
l'ufficio della Bayoil di Houston Le e-mail. Il 7 ottobre 1999,
un dirigente dell'Italtech inviò una e-mail all'assistente
di Chalmers a Houston, Jean Johnston, chiedendole aiuto: «Cara
Jean, in riferimento alla conversazione telefonica di ieri sera
con David, ti prego di aiutarmi nelle seguenti cose: 1) lettera
di presentazione della Italtech (con le autorità petrolifere
irachene, ndr). Ho bisogno di inventarmi qualcosa nel campo
del petrolio, campo in cui non siamo certo esperti. Sicuramente
hai un canovaccio che riguarda la Bayoil utilizzabile per la
Italtech». L'efficiente segretaria di Chalmers rispose
il giorno dopo con una e-mail in cui fornì il testo di
una lettera «da inviare come Italtech» al ministero
del Petrolio di Baghdad. «Il Sole-24 Ore» e il «Financial
Times» hanno diversi esempi di messaggi tra Houston e
Livorno che dimostrano che molte lettere formalmente spedite
dalla Italtech venivano invece redatte dalla Bayoil e inviate
per e-mail dal Texas in Toscana. Il 14 dicembre 1999, un messaggio
dalla Italtech a "David" cita inoltre le spese sostenute
per cambiare lo statuto della società livornese in modo
da poterla registrare con le Nazioni Unite come operatrice nel
campo petrolifero. Nel messaggio si chiede "gentilmente"
a Chalmers di «rimborsare tali spese poiché, in
materia di liquidità, la nostra situazione è critica».
Chalmers non solo aiutò l'Italtech ad aprire un conto
con la United European Bank di Ginevra, ma fornì i fondi
necessari per aprire le lettere di credito che finanziavano
l'acquisizione del petrolio iracheno, pagando tutte le spese
bancarie. Secondo il rapporto consegnato alcune settimane fa
dall'ispettore americano Charles Duelfer, responsabile dell'Iraq
Survey Group, Saddam era riuscito a manipolare il programma
Oil for Food creando fondi neri fuori del controllo dell'Onu
e offrendo a opinion leader di tutto il mondo coupon trasformabili
in contratti petroliferi.
I
beneficiari di questi buoni erano poi liberi di venderli agli
addetti ai lavori (per lo più società di trading
di petrolio) intascando alcuni centesimi di dollaro a barile.
In cambio Saddam si aspettava che lo aiutassero nella sua battaglia
contro l'embargo e il regime di sanzioni imposto dopo la guerra
del Golfo del '91. Tangenti. Uno dei beneficiari dei buoni fu
Shakir al Khafaji, un iracheno emigrato in America che proprio
nel periodo in cui ricevette un "coupon" per 5 milioni
di barili di greggio diede 400mila dollari all'ex ispettore
dell'Onu Scott Ritter permettendogli di produrre un documentario
in cui sosteneva che Saddam era "una tigre di carta"
e non c'era più motivo di continuare l'embargo. Al Khafaji
vendette quel suo coupon proprio alla Italtech e da alcuni documenti
della società livornese, di cui «Il Sole-24 Ore»
e il «Financial Times» sono entrati in possesso,
risulta che il milione di dollari versato a "Shakir"
arrivò dalla solita Bayoil. Verso la metà del
2000, Saddam decise di introdurre una tangente per il regime,
che la Somo presentò ai suoi clienti con un eufemismo:
«Ci dissero che ci sarebbe stata una sovratassa da pagare
retroattivamente», ricorda un dirigente della Italtech.
Era una chiara violazione delle regole imposte dall'Onu e alcuni
si rifiutarono di assecondare gli iracheni. Molte grandi compagnie
petrolifere decisero addirittura di sospendere gli acquisti
di greggio iracheno. Ma per chi non si faceva troppi scrupoli,
l'introduzione della "sovratassa" era una ghiotta
occasione. Tra questi c'era Murtaza Lakhani, il broker petrolifero
pakistano che presentò il suddetto al Khafaji a Giangrandi.
In
una lettera scritta il 28 novembre 2000 all'italo-cileno, Lakhani
suggerì a Bayoil/Italtech di approfittare della situazione:
«Se ci muoviamo bene e con tempismo... potremo fare grandi
cose giovandoci del fatto che altri si tireranno indietro».
Nel semestre immediatamente successivo a quella lettera, l'Italtech,
società senza alcuna esperienza e know how nel settore,
arrivò a caricare oltre 35 milioni di barili di greggio,
un quantitativo enorme persino per una grande compagnia petrolifera.
Le mazzette. Per il pagamento delle mazzette, il regime di Baghdad
si serviva di una rete di società di base all'estero,
a volte usate anche per acquistare prodotti sotto embargo. Armi
incluse. Una di queste era la al Wasel and Babel, di base a
Dubai. Citata nel rapporto di Charles Duelfer come una delle
società di facciata usate dal regime per stornare fondi
neri prodotti dalle vendite petrolifere, al Wasel and Babel
è stata inserita dal dipartimento del Tesoro Usa nella
lista delle società di cui congelare i fondi perché
coinvolta in «tentativi di acquisto di un sofisticato
sistema missilistico per l'Irak». In un incontro avvenuto
a Baghdad nel marzo del 2001 al quartier generale della Somo,
gli iracheni chiesero a Giangrandi di pagare la "sovratassa"
alla al Wasel and Babel. Era una chiara violazione sia delle
risoluzioni dell'Onu che della legge americana. Ma Giangrandi
e Chalmers ne erano consapevoli? La risposta è offerta
da un fax inviato il 23 marzo 2001 da Giangrandi al general
manager di al Wasel: «Sbarcando a Houston (per incontrare
Chalmers, ndr) sono stato interrogato dalle autorità
Usa e ho avuto la netta impressione che la questione è
molto seria e merita quindi cautela. Mi sono consultato con
lo studio legale Hunton Williams e la loro risposta, qui inclusa,
è molto chiara». I documenti. La nota degli avvocati
di Giangrandi è effettivamente priva di ambiguità:
«Qualora decidesse di procedere con questo pagamento -
si legge - pensiamo che lei potrebbe essere accusato di una
serie di reati federali, incluso, ma non solo, frode postale,
riciclaggio di denaro e associazione a delinquere... è
inoltre probabile che lei possa essere accusato, assieme a Bayoil,
di falso in atto pubblico e di aver violato la legge contro
la corruzione all'estero». Dalla lettera risulta che,
consapevole dei rischi, Chalmers si era voluto assicurare di
non poter esser collegato al pagamento di mazzette a Saddam.
Aveva
infatti formalmente "proibito" a Giangrandi di pagare
tangenti chiedendogli «specificatamente di garantire che
nessuna sovratassa o altro pagamento fosse fatto alla Somo».
In apparenza era una lodevole intenzione, ma a detta di un ex
dirigente della Italtech serviva esclusivamente da copertura
legale. «Chalmers sapeva benissimo che in un modo o nell'altro
quei soldi sarebbero comunque stati pagati», rivela il
dirigente. E così fu: nell'aprile del 2001 Giangrandi
ordinò il pagamento di oltre 6 milioni di dollari al
Wasel Babel. E da due documenti contabili interni della Italtech
risulta che la somma partì dalle casse della Bayoil.
«Il Sole-24 Ore» e il «Financial Time»
hanno inoltre copia di un promemoria scritto il 6 aprile 2001
dall'ex dirigente della Italtech e intitolato «Azioni
da fare per Italtech-Bayoil». Elenca una serie di iniziative:
«Firmare i contratti tra Italtech e al Wasel; iniziare
a trasferire i fondi da Ueb; verificare importi accantonati
da Bayoil e chiedere integrazione». Attraverso il suo
avvocato David Chalmers si è rifiutato di rispondere
a tutte le domande postegli dal Sole-24 Ore e il Financial Times.
«La vostra inchiesta ritrae Bayoil e il signor Chalmers
sotto una luce imprecisa e non vera - ha scritto l'avvocato
- Sulla base della natura delle vostre domande è chiaro
che state facendo riferimento a entità e individui in
nessun modo legati a Bayoil». Decine di documenti interni
della Italtech fanno sembrare altrimenti. E la Procura di New
York non ha affatto intenzione di ignorare quei documenti.
Di Claudio
Gatti e Mark Turner*
da "Il Sole 24 Ore" del 01/12/2004
*Corrispondente
alle Nazioni Unite del Financial Times